Milk and honey | Vorrei che il femminismo fosse altro…

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L’entusiasmo per i casi letterari e i casi letterari stessi dovrebbero mettermi in allarme. E lo fanno, purtroppo non sempre.
Generalmente i groupie dei best seller mi tengono automaticamente lontana da cotanta letteratura, cosa che, mio malgrado non è successo con questo Milk and honey di Rupi Kaur.

– TEMPO DI LETTURA 3 MINUTI –

Ok, mi allontano dal mio fidato sarcasmo per parlarvi di quest raccolta di componimenti, poetici e non, edito Tre60.
L’autrice, Rupi Kaur è una ragazza indiana naturalizzata canadese (si è trasferita in Canada all’età di 4 anni) che ha studiato scrittura creativa e che nel 2014 ha deciso di autopubblicare le sue poesie in questa raccolta.
Già il fatto che sia autopubblicato – essendo io assolutamente contraria all’autopubblicazione – non me lo rende particolarmente simpatico. Ma andiamo avanti.

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Rupi Kaur [fonte: stories.flipkart.com/rupi-kaur-interview]

Già da autopubblicato Milk and honey riscuote moltissimo successo così che un editore, un editore vero intendo, decide di pubblicarlo – pubblicarlo sul serio, intendo.
Milk and honey viene tradotto in moltissime lingue e Rupi Kaur cura le copertine e le illustrazioni del libro in tutte le sue traduzioni. Ma andiamo al contenuto.

Milk and honey si divide in quattro sezioni tematiche e all’interno di ciascuna vengono raccolti componimenti che si riferiscono ad uno stesso tema.
Troviamo le sezioni amare, ferire, spezzare e guarire e al loro interno componimenti – di solito brevissimi, ma ci sono anche testi più lunghi – in cui Rupi Kaur con un linguaggio senza fronzoli e con un’espressività tagliente ci parla di tutto quello che può ruotare attorno ai sentimenti, all’erotismo e al corpo di una donna.

Milk and honey | Rivalutazione della sessualità femminile e femminismo vecchia scuola

Rupi Kaur, attraverso i suoi componimenti, ci parla dell’amore visto dagli occhi di una donna e di tutto quello che a esso si può connettere: la felicità, l’appagamento, ma più spesso emergono sentimenti negativi come la violenza, la costrizione, la svalutazione. Da questo punto di vista si deve certamente riconoscere il merito a questo libro di parlare alle donne, soprattutto di parlare della nostra sessualità che passa spesso in secondo piano.
Se il messaggio di Milk and honey si fosse limitato a incitare le donne a riprendersi i propri corpi, il sesso, il piacere di fare sesso sarebbe potuto essere uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi. Ma Rupi Kaur aggiunge qualcosa. Purtroppo.

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Un estratto dal libro [fonte: www.illibraio.it/milk-and-honey-poesie-rupi-kaur-450406]

C’è soprattutto una sezione, che se non sbaglio è ferire – ma potrebbe anche essere spezzare, non ricordo – in cui l’autrice raccoglie componimenti che parlano della fine di una storia d’amore.
La fine di questa storia è affrontata in un modo che non rispecchia per niente il mio modo di vedere i rapporti umani – ma tant’è..- ma soprattutto in un modo che a mio avviso lancia un messaggio più che deleterio, distruttivo, non solo alle donne ma anche agli uomini e all’umanità tutta: come una contemporanea suffragetta prova a riunire tutte le donne sotto un’unica etichetta – che definisce sorellanza – e porta avanti l’idea che le donne siano tutte belle e speciali solo per il fatto di essere donne.

milk and honey rupi kaur leggi anche scandalose vite di donne libere

Neanche a dirlo l’uomo che la lascia diventa automaticamente uno stronzo egoista per il solo fatto di essere un uomo. Il rapporto fra i due si riduce ad un rapporto vittima-carnefice in cui lei è sempre stata buona, corretta e innamorata e lui invece è stato solo un approfittatore narcisista e anaffettivo. Ma ti pare?

Del fatto che nelle storie d’amore si è in due, sempre, nel bene e nel male e che la fine di una storia è nel 99% dei casi “colpa” (se proprio dobbiamo parlare di colpe) di entrambi neppure vi dico perché è una mia personalissima opinione. Se vogliamo far passare l’immagine del coacervo di lacrimose donzelle che mentre si pettinano le trecce sparlano dei compagni orchi che le hanno abbandonate senza dare prima il minimo segno di scontento facciamolo ma chiaramente non corrisponde alla realtà.

[Sul mio canale YouTube puoi trovare un video su Milk and honey di Rupi Kaur ]

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Un estratto dal libro [fonte: www.illibraio.it/milk-and-honey-poesie-rupi-kaur-450406]

Ma ciò che veramente mi rende insopportabile il contenuto di questo libro è quell’idea stantia, superata, ormai inutile di femminismo che porta.
Le donne non sono tutte sorelle, leviamocelo dalla testa. Il fatto che abbiamo tutte una vagina non ci rende certo consanguinee – seppur in senso figurato.
Esistono donne che mi repellono e che mai definirei mie sorelle. E ci sono uomini meravigliosi che invece definirei miei fratelli senza battere ciglio.
Il discorso sulla donna deve necessariamente superare il problema di genere perché se restiamo ancorati all’etichetta di genere rischiamo di cadere, nostro malgrado, in un discorso estremamente maschilista – e credo che il discorso portato avanti da Milk and honey sia paradossalmente molto maschilista.

milk and honey rupi kaur

Le persone sono buone o cattive, non i generi sessuali. Questo vorrei che fosse il femminismo oggi.
Purtroppo moltissime lettrici si sono sdilinquite davanti ai versi furbetti di Rupi Kaur che tanti difetti ha tranne quello di non saper scrivere bene: i suoi versi e la sua prosa sono impeccabili, è una scrittura magnetica, un marketing letterario perfetto che ti attira nella sua rete e ti fa immedesimare nelle parole dell’autrice. Tanto di cappello a lei ma io vorrei che il femminismo fosse altro.

DISCLAIM

  • Questo post non è stato sponsorizzato da Tre60, né dalla sorellanza che veglia su di noi.

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10 Risposte a “Milk and honey | Vorrei che il femminismo fosse altro…”

  1. Io non credo che lei volesse dire che la donna dovrebbe essere valorizzata solo per il fatto di essere donna. Piuttosto penso che lei faccia molti riferimenti autobiografici, perciò l’uomo stronzo a prescindere è una persona della sua vita, non di quella di tutte nel mondo. Inoltre é vero, anch’io sono d’accordo con un giudizio che guardi prima alla moralità delle persone e non ai sessi, ma é pur vero che incitare la donne a sentirsi sorelle non va preso come una “marginalizzazione” dell’uomo, ma più che altro come un invito a darsi supporto l’un l’altra, cosa che spesso non accade. Io vedo che sono spesso le donne a buttarsi giù fra di loro, e questa tendenza é dannosa. Ma va preso nel contesto di un messaggio più ampio, di cui lei ha espresso solo una piccola parte.
    In qualsiasi caso, bell’articolo. É bello leggere opinioni critiche nei blog ogni tanto, e non sempre quelle recensioni noiose e quasi “scolastiche”.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Francesca grazie mille per esser passata di qua 🙂 Il discorso della “sorellanza” non lo vedo come una marginalizzazione dell’uomo, al contrario, la vedo come un’auto segregazione della donna. Non mi ritrovo per niente nell’idea della “sorellanza” perché questa lotta non può e non deve essere solo delle donne, è una lotta per il rispetto e l’uguaglianza di qualsiasi essere umano e deve essere portata avanti unilateralmente da tutti.
      Come dici tu, certamente nei suoi componimenti lei rappresenta situazioni autobiografiche, il problema è il modo in cui le rappresenta: se ha vissuto la fine di una storia (faccio un esempio), dal mio punto di vista è una relazione fra due persone che ad un certo punto finisce. Il modo in cui la rappresenta lei è il rapporto fra una donna indubbiamente buona e un uomo indubbiamente cattivo che finisce a causa di lui che è uno stronzo. Non è forse anche questo discriminazione e pregiudizio?

  2. Non conosco questa autrice ma sono una femminista e per me tutte le donne sono sorelle, nel senso che nel mio piccolo non permetto certi commenti o atteggiamenti verso nessuna di loro. Ci sono poi tante donne che trovo non piacevoli per i miei standard ma ugualmente certe cose di loro non voglio che siano dette, ci sono altri mezzi per “combattere” chi ti sta antipatico o non tolleri.

    Non mi e’ mai capitato di lasciare un mio link sul blog altrui, scusami per questa spiacevolezza ma ne parlai bene qui ed era un post del quale sono ancora molto orgogliosa, oggi: https://facciocomemipare.com/immersa-nelle-vasche-degli-onsen-con-le-donne-giapponesi/

    Sul capitolo sulla fine delle relazioni mi trovi davvero in accordo, ogni relazione e’ differente e questo voler definire il maschio e la femmina secondo 4 caratteristiche e’ assurdo!

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Serena, grazie per il commento 🙂 Non so, non mi ritrovo particolarmente in questa idea delle sorelle. Io non permetto commenti o atteggiamenti negativi verso qualsiasi tipo di essere umano, non solo verso le donne perché sono donna. Credo che il limite di questo libro sia proprio questo: proporre la lotte delle donne come lotta esclusiva. Chimamanda Ngozi Adichie dice che il problema della discriminazione delle donne è in primo luogo un problema di discriminazione di esseri umani e io credo fermamente in questa idea.
      Vado molto volentieri a leggere il tuo post 🙂

  3. Mi piace molto la tua riflessione sono felice di averla “incontrata” sulla mia strada. Il Femminismo ha portato il bene e il male alla donna. Tempo fa, ho riviso per caso una trasmissione Rai di fine anni ’70 in cui si parlava di sorellanza. Così, a 40 anni di distanza, mi è sembrato un pensiero fuori dal tempo. A mio avviso le donne hanno fatto dei grandi passi avanti ma c’è ancora molta strada da fare, soprattutto nel fatto di fare squadra tra donne. Cercherò il libro e lo leggerò. Grazie, davvero.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Giovy, grazie a te 🙂 Sì, credo che fra tutte le cose che non mi hanno fatto impazzire di questo libro, il concetto di “sorellanza” sia quello che mi ha messo più a disagio… Non possiamo non considerare che più o meno tutte le donne nel mondo vivono lo stesso tipo di discriminazioni (a livelli più o meno estremi) ma questo ci rende un gruppo umano a parte? Io non credo. Perché se devo pensare ad un gruppo umano al quale mi sento vicina, il primo che mi viene in mente (forse anche per le vicende politiche di questi tempi) è quello dei migranti: sono migrante anch’io (anche se sono una migrante privilegiata che non ha sofferto la fame e la paura).

  4. Ho letto l’articolo due volte e mi è piaciuto molto. Non conosco nè il libro nè l’autrice, ma mi riservo di leggerlo. Mi è interessato molto il tema del femminismo. Io questa battaglia l’ho fatta in prima persona, essendo penso piu’vecchia di voi, sventolando reggiseni e quant’altro. Oggi abbiamo fatto molti passi avanti, ma sono d’accordo con Giovi, la donna non sa fare squadra. Non siamo ancora riuscite a staccarci dai nostri vecchi retaggi culturali. D’altronde siamo andate a votare solo 70 anni fa, e anche il movimento femminista degli errori li ha fatti, ma qui si potrebbe scrivere unaltro post. Comunque complimenti ancora, hai fatto un articolo che fa “pensare”. Grazie

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Anna, grazie mille 🙂 Io penso che la domanda sia: le donne devono necessariamente fare squadra? C’è questa idea delle donne come “gruppo separato” nel mondo, che devono lottare e si devono voler bene… ma perché? Mi è piaciuto molto leggere “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie proprio perché la questione femminile lei la pone in termini di rispetto della donna in quanto essere umano, non della donna in quanto donna. E’ una differenza sottilissima ma c’è. E’ molto istruttivo, secondo me, in questo senso, leggere le femministe africane o di origine africana: per loro il dibattito non si posa solo sul campo della discriminazione di genere ma anche su quello della discriminazione razziale ed è quindi un dibattito molto più ampio e comprensivo, con confini molto meno netti. Grazie ancora per il tuo commento! 🙂

  5. Ho sfogliato il libro in libreria ma non mi aveva colpito particolarmente e quindi ho lascito stare nonostante le tante critiche positive.
    Vorrei esprimermi invece sul tema del femminismo, non credo che la sorellanza tra donne sia per forza in opposizione agli uomini. Lo vedo come uno sostenerci a vicenda.
    Purtroppo viviamo in un mondo patriarcale e c’è veramente bisogno di ridare valore alle donne e ai valori cosiddetti “femminili”. Uno dei modi di farlo è riconoscere le differenze di genere. Nessuno è superiore a nessuno ma siamo diversi.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Diara, grazie per il commento 🙂 Capisco ciò che intendi ma non mi ritrovo proprio nell’idea di sentirmi “legata” a qualcuno solo perché condividiamo lo stesso tipo di apparato riproduttivo. L’idea della “sorellanza” a mio modo di vedere è altamente deleteria in una critica femminista che voglia tenere in conto anche tutte le evoluzioni della nostra società. Il tipo di femminismo a cui mi rifaccio è più quello di Judith Butler che quello delle suffragette, per intederci ^-^ (con tanto di cappello alle suffraggette, eh, non voglio mica sminuirle!)

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