addetto stampa casa editrice
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Proprio qualche giorno fa, sul mio profilo Instagram (che potete trovare qui) raccontavo di una, anzi due, piccole disavventure avvenute con due diverse case editrici nel corso degli ultimi mesi. Quel racconto, insieme ad alcune valutazioni, ha fatto scaturire uno scambio a mio avviso molto utile fra me e altri colleghi bookblogger.

Ciò che è successo a me, e che vado a raccontarvi, a quanto pare non è successo solo a me.
Non è stato dettato da profonda antipatia dell’addetto stampa della casa editrice nei confronti della mia persona ma è frutto, forse, azzardo, di una comunicazione casa editrice-blogger profondamente scorretta.

Io e altri blogger siamo stati vittime di un essere mitologico, di quelli che non ci credi finché non ci hai a che fare e che potremmo denominare addetto-stampa-soggetto-a-sparizione.

L’addetto-stampa-soggetto-a-sparizione è un essere che non conosce l’uso della freccina “rispondi” all’interno dei programmi di posta elettronica, è colui che ti contatta, ti propone di leggere un libro, ti dà giusto quella mezza giornata di tempo per stravolgere completamente la tua lista delle cose da leggere e il tuo calendario editoriale e poi sparisce, nel nulla, come risucchiato da un gigantesco buco-nero-varco-spazio-temporale.

Scrivo questo post per mettere insieme un po’ di esperienze e di valutazioni, hai visto mai che passi di qui un addetto-stampa-soggetto-a-sparizione e si faccia due domande.




Da addetto stampa passivo/aggressivo a addetto stampa soggetto a sparizione

La necessaria premessa alle mie lagne è che esistono anche case editrici che lavorano bene e che assumono addetti stampa non soggetti a sparizione.
Mi è capitato di collaborare con case editrici che mi hanno contattata, mi hanno dato informazioni, mi hanno inviato una copia del libro (cartacea o no) senza fare troppe storie. Tutto più o meno come dovrebbe essere fatto.

Poi mi è capitato di collaborare con altre case editrici che mi hanno trattata (e da quanto mi si dice trattano anche altri blogger) come fossi una mendicante.

Per chi non fosse del giro, spiego brevemente come funziona: tu scrivi a una casa editrice, li informi che hai un blog in cui si scrive di libri e che ti piacerebbe leggere e parlare dei loro libri. Loro tendenzialmente ti inseriscono in una mailing list alla quale, a cadenza regolare, inviano una lista dei libri che stanno per uscire. Tu puoi contattarli e dirgli sai che c’è? ‘Sto libro mi solletica, che me ne mandi una copia?

La legge del buon senso mi fa presupporre che a qualsiasi domanda si possa rispondere con un sì o con un no, ergo, se proprio gli dà tanta noia inviarmi una copia del libro (perché gli faccio antipatia, perché il mio blog c’ha le zecche, perché i miei lettori non sono in target e così dicendo) possono dirmi chiaramente no tesoro, mi dispiace, non posso inviarti il libro. E pace. Non mi metterò certo a questionare sulla loro politica di invio copie.

No, l’addetto-stampa-passivo-aggressivo (quello che poi occasionalmente si trasforma in addetto-stampa-soggetto-a-sparizione) opera in due modi:

  • ti dice sì, però ti fa capire che gli fai schifo
  • assume il suo aspetto di addetto-stampa-soggetto-a-sparizione e non ti risponde più

Ma ciò che proprio mi sconfinfera è quando la richiesta di lettura non parte da me, blogger, ma parte da lui, addetto-stampa-soggetto-a-sparizione.

Questo tipo di approccio avviene più o meno così: vengo contattata direttamente dall’addetto stampa, via mail, e mi viene proposta la lettura del libro. La proposta generalmente è corredata da sviolinata del tipo abbiamo dato uno sguardo al tuo blog e ai tuoi social e ci sembrano perfetti per la comunicazione di questo fantasmagorico libro che stiamo per pubblicare. Io leggo la trama e le informazioni che mi danno e decido che sì, il libro mi interessa.

Attenzione perché quello che segue è un passaggio fondamentale di tutta la vicenda: dopo aver deciso che il libro mi interessa, prendo la simpatica agendina che utilizzo per pianificare le attività di blog e social e inizio a giocare a Tetris, spostando cose già pianificate per farci stare anche la new entry. Una volta riuscita a risolvere il rompicapo riscrivo all’addetto-stampa-soggetto-a-sparizione e gli dico vai ciccio, tutto sistemato, manda pure!

E lì avviene la sparizione. Un gigantesco buco nero fluttuante un po’ stargate un po’ tombino stile Tartarughe Ninja si apre proprio di fianco alla postazione computer dell’addetto stampa e lo inghiotte. Dopo di che, di lui o lei, non si sa più nulla.

 

addetto stampa casa editrice
– Photo by Florian Klauer on Unsplash

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La domanda sorge spontanea…

Il buon Lubrano – che ricorderanno solo i trentenni vegliardi come me – avrebbe a questo punto inserito un la domanda sorge spontanea: ma a cosa serve contattarmi, chiedermi se voglio leggere il libro se poi lasci cadere tutto nel nulla? Perché hai speso quei 5 minuti della tua vita a scrivermi una mail se poi, tanto, il libro, non me lo fai leggere?

La cosa che più mi fa uscire dai gangheri è che un comportamento di questo tipo presuppone una certa concezione del blogger: un perdigiorno che nella vita non fa proprio nulla e che aspetta febbricitante davanti al pc che l’addetto stampa lo contatti e gli chieda di leggere un libro.
Ce ne sono, eh, non dico no, ma buona parte di noi, invece, ha un lavoro, deve organizzare il proprio tempo e ha una fitta pianificazione di letture e post da pubblicare. E aggiungo: riorganizzare un calendario editoriale (che per altro dipende da un calendario di letture) non è proprio una passeggiata (se devi anche tenere in conto quelle 8-9 ore giornaliere che passi in ufficio e che non puoi dedicare al blog e alla sua pianificazione). Quindi, caro addetto-stampa-soggetto-a-sparizione, ovunque tu sia adesso, ascolta questo appello: se non vuoi veramente farmi leggere il libro, non mi disturbare.

 

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– Photo by Tim Mossholder on Unsplash



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 Comunichiamo i libri, per favore

Questo tipo di comunicazione, lasciatemelo dire è quanto di più anti-comunicativo possano fare. E dovrebbero essere esperti di comunicazione.

La scelta dei blogger da contattare avviene su base numerica, il più delle volte, non tenendo minimamente in considerazione elementi fondamentali quali:

  • la qualità dei contenuti creati dal blogger
  • la pertinenza dei contenuti creati dal blogger
  • il tipo di pubblico al quale generalmente si riferisce il blogger

Una cosa che salta subito all’occhio su un social che amo profondamente come Instagram è che alcune case editrici medio-grandi inviano copie cartacee a profili che hanno un gran numero di follower e che, obiettivamente, fanno foto molto belle. Il libro viene fotografato da ogni sua angolazione (come è giusto che sia) ma poi di quel libro nessuno parla con cognizione, nessuno lo analizza, nessuno ci dibatte su. Il libro è diventato solo un oggetto da fotografare e da far vedere in giro, che poi se ne parli o no è secondario.

Avendo fatto dello scopo del mio blog l’analisi e lo studio della letteratura, questo meccanismo mi manda ai matti: capisco e condivido l’importanza della visualizzazione del libro sui social e in giro per internet (sono io la prima a sparaflashare i miei libri di foto) ma non possiamo ridurre un libro a un oggetto bello da vedere.
Dei libri dobbiamo parlare, dobbiamo chiederci cosa ci stiano raccontando, perché siano stati scritti in un certo modo e in un certo tempo, che rapporto abbiano con la realtà che li (e ci) circonda. Non basta riassumerne la trama, non basta dire mhm, bello, te lo consiglio.

E una brava casa editrice, a mio avviso, dovrebbe spingere proprio su questo: è la comunicazione che parla di libri non quella che fa vedere i libri a diffondere cultura, curiosità, conoscenza. La letteratura è un fenomeno sociale, qualsiasi cosa venga scritta è una diretta manifestazione di ciò che avviene nella nostra società, che sia un Pulizer o l’ultimo autore da supermercato. Se vogliamo parlarne, dobbiamo conoscere, dobbiamo studiare, dobbiamo anche far foto e creare simpatici slogan da social ma non possiamo ridurre la comunicazione letteraria solo a questo.

Un bookblogger, per essere davvero bravo, deve spendere davvero tanto tempo per preparare i propri contenuti. Deve leggere moltissimo, aldilà del libro che deve recensire, deve studiare, deve creare un terreno adeguato per un’analisi dell’opera. E una casa editrice che non tiene in considerazione tutto questo forse dovrebbe rivedere il proprio modo di comunicare e forse anche di concepire i libri.

addetto stampa casa editrice
– Photo by Janko Ferlič on Unsplash



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One thought on “Se le case editrici ti maltrattano | Guida galattica per bookblogger”

  1. Non so chi sia il buon Lubrano, quindi forse non posso considerarmi una trentenne (anche se poco ci manca!) vegliarda.
    Il tuo post, dietro l’ironia che non guasta mai, mette in luce una realtà interessante, ma per avere una visione completa del fenomeno credo che dovrebbero rispondere – su quali siano i criteri di scelta dei collaboratori, ecc. – proprio gli addetti alla comunicazione delle case editrici. Seguo il post sperando che giungano apporti stimolanti.

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