Perché leggere Annie Ernaux | Realismo brutale?

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Annie Ernaux non è un’autrice gentile: non ti prende per mano e non ti coccola né ti addolcisce la pillola. Quindi perché leggere Annie Ernaux?

Annie Ernaux ti parla di temi brutti, angoscianti, della morte e dell’aborto, del distacco, dell’abbandono e lo fa in un modo che sembra quasi incurante, spietato. Perché leggere Annie Ernaux?

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Foto di Joanna Kosinska, Unsplash

Annie Ernaux non ti rilassa, non ti rassicura, ti fa sorridere, a volte, ma amaramente, come davanti ad una commediola brutta allestita davanti lo spettatore al solo scopo di dimostrargli che va tutto male. E allora, ancora, perché leggere Annie Ernaux?

 

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Perché leggere Annie Ernaux

Parlare della scrittura di Annie Ernaux senza legarla indissolubilmente al suo intorno biografico e sociale è impossibile.

Annie Ernaux

Annie Ernaux, nata in Normandia nel 1940 ed edita in Italia da L’Orma editore, come dicevo, non è un’autrice gentile.

All’interno della sua produzione letteraria, che consta di una ventina di volumi (non tutti ancora tradotti in Italia), il dato autobiografico è la scintilla che innesca tutto: partendo da quello Annie Ernaux riesce a parlarci di tutto il resto, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. Parte dagli episodi della sua vita e da lì inizia a raccontarci, insieme, della società tutta, dei suoi cambiamenti, delle sue evoluzioni ed involuzioni attraverso gli anni.

Annie Ernaux nasce da una famiglia modesta e nel corso della sua vita compie un’emancipazione sociale diventando un’insegnate e un’intellettuale. Attraversa gli anni ’60 e ’70 e tutti i loro sconvolgimenti sociali e culturali, attraversa la propria giovinezza, l’età adulta e ci racconta tutto, come individuo e come parte di una società.

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Foto di João Silas, Unsplash

I temi trattati da Ernaux provengono dagli episodi che a ognuno di noi può capitare di vivere: il distacco, la morte, l’abbandono, l’aborto.
No, non è felice e spensierata Annie Ernaux, non comprate un suo libro se desiderate sospirare d’amore o ridere a crepapelle. Compratelo se volete vedervi dal di fuori, se volete vedere una massa umana che si muove tutta insieme, che vive dolori enormi, concentrati, individuali ma tutti insieme, al contempo, tanti grumi di dolore nero che galleggiano gli uni accanto agli altri.

Come non parlare poi del modo in cui Ernaux parla delle donne: che sia la madre o se stessa, le donne in Ernaux non sono esseri speciali, formidabili, deboli o forti, bisognosi di aiuto o affetto o attenzione. Nello stesso modo asettico in cui ci parla di tutte le esperienze emotive che un individuo può incontrare nel corso della propria vita, Annie Ernaux parla anche delle donne, come individui nel mondo che affrontano problemi e a volte li risolvono e a volte no, a volte sono forti e a volte no.

Cosa ha scritto Annie Ernaux

Su Wikipedia trovate una lista completa di tutte le opere di Annie Ernaux e di quelle tradotte in italiano.

Ernaux esordisce nel 1974 con Les armoires vides (tradotto in Italia da Romana Petri per Rizzoli, Gli armadi vuoti, 1996), in cui racconta della sua vita da studentessa di lettere. Già da questo suo primo romanzo autobiografico è chiara la tecnica: Annie Ernaux prende i ricordi, gli episodi del passato, e li racconta, uno dietro l’altro, a tracciare non solo una storia individuale, ma una storia sociale.

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E così in tutti gli altri: Il posto, in cui parla del padre, Una donna, in cui parla della madre, L’altra figlia, in cui parla della sorellina morta prima della propria nascita. Si parte dal dato biografico, estremamente individualista, ma ci si ritrova presto incorniciati dentro la storia di tutti, la storia della società e della sua evoluzione.

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Annie Ernaux: l’individuo e il suo intorno sociale

Ma perché un autore decide di mettere se stesso e la propria vita al centro di un’opera? E’ un atto di coraggio o di impudicizia? E il lettore, perché dovrebbe interessarsi ai fatti della vita privata di un’altra persona?

Credo che la risposta stia nel metodo, primo, e nello scopo, secondo.

Annie Ernaux parte dal dato autobiografico, è vero, ma lo tratta nel modo più impersonale possibile. Non vuole piangersi addosso, non vuole dirci oddio guarda cosa mi è capitato. Parte dal dato autobiografico perché è ciò che conosce meglio di qualsiasi altra cosa, lo mette sul banco da lavoro, direbbe il caro Zola, e lì lo disseziona per mostrarcene l’essenza, il significato primitivo che accomuna tutti. Dentro l’autobiografia di Annie Ernaux c’è un nocciolo di storia collettiva.

Ma altre due caratteristiche rendono unica questa autrice.

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Annie Ernaux

Lo stile, asettico, impassibile, impeccabile. Lo stile di Ernaux è un resoconto dettagliato e privo di coinvolgimento emotivo. All’autrice non interessa raccontare le emozioni, le interessa raccontare quel che è successo. Così la narrativa di Annie Ernaux acquisisce un valore aggiunto: il dato biografico sì, la storia di tutti, sì, ma senza pietismo. Senza sentimentalismo. E senza coinvolgimento.

In Una donna il modo in cui Ernaux ci racconta della madre, in un modo quasi anaffettivo, amplifica il sentimento di malinconia, di abbandono del passato, del non torneremo mai più quelli che eravamo un tempo.

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Proprio in Una donna si fa evidente l’altra caratteristica della narrativa di Annie Ernaux: il rimpianto, il rimorso, la nostalgia, la tristezza (non so definirla) per aver abbandonato le proprie origini. Annie Ernaux è figlia di operai che vivono in condizioni molto modeste. Lei studia, va all’università, ha così accesso ad un universo borghese che per sua natura rifiuta e disprezza l’universo parallelo in cui vivono i genitori. Così il rapporto con la madre diventa ancora più difficile perché oltre all’incomunicabilità dell’età e del rapporto madre-figlia, si aggiunge l’incomunicabilità di classe, quella fra intellettuale e operaio.

L’emancipazione di classe e insieme la nostalgia di quella classe sociale sono un tutt’uno con la narrazione di Ernaux.



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