C’è un momento, leggendo Distanza di sicurezza, in cui non capiamo più dove siamo. Né chi parla, né da dove arrivano le voci. Tutto è tossico, tutto è distorto. È in quella vertigine che Samanta Schweblin ci obbliga a restare: nello spazio sospeso tra la paura e la rivelazione, tra la terra e il corpo, tra le madri e i figli.
In Distanza di sicurezza, Samanta Schweblin costruisce, attraverso una narrazione frammentata, la storia di una donna, Amanda, che si ritrova immobilizzata in un ospedale di campagna. Attraverso il suo dialogo con un bambino, viene ricostruita l’origine di una contaminazione che ha avvelenato un intero territorio. Il romanzo intreccia maternità, trauma ecologico e linguaggio della paura in una tensione costante tra reale e allucinatorio.
Pubblicato nel 2014, il romanzo breve della scrittrice argentina è un testo che si muove ai margini: tra realismo e allucinazione, tra maternità e catastrofe ecologica. Ma soprattutto, è un racconto sull’impossibilità di proteggere, sulla distanza che si apre quando il legame — affettivo, ecologico, simbolico — si spezza.
L’Argentina contaminata di Samanta Schweblin
Ambientato in una campagna argentina apparentemente pacifica, Distanza di sicurezza racconta la crisi ambientale e umana provocata dalle coltivazioni di soia e dall’uso massiccio di pesticidi. L’inquinamento non è solo un contesto, ma la sostanza stessa del romanzo: il veleno attraversa corpi, fiumi e linguaggio, diventando simbolo di un’alterazione irreversibile.
Le madri misurano la distanza di salvataggio — la distanza di sicurezza per poter proteggere i propri figli — mentre l’ambiente, già compromesso, scivola verso l’irreparabile.
In questa metafora potente, Schweblin trasforma la crisi ecologica in crisi del linguaggio: ciò che si spezza non è solo la terra, ma la capacità di comprendere e raccontare il mondo.
Maternità, paura e controllo del corpo in Distanza di sicurezza
In Distanza di sicurezza la maternità è fragile, ansiosa, ossessiva. Amanda, la protagonista, vive in uno stato di allerta costante, cercando di prevedere il pericolo prima che accada. Ma nel mondo di Schweblin, l’amore non è più una garanzia di salvezza. Il corpo materno è contaminato come la terra: vulnerabile, attraversato da forze che non può controllare.
Lo stile della scrittrice argentina — frammentario, ipnotico, costruito su frasi brevi — traduce perfettamente questo senso di angoscia incarnata. Ogni parola diventa respiro trattenuto. Ogni pausa, una fessura da cui entra il veleno.

Distanza di sicurezzaè un romanzo ecofemminista? La terra come corpo
L’opera di Schweblin si inserisce in una prospettiva ecofemminista e postumana: la distruzione della terra e quella del corpo femminile rispondono alla stessa logica estrattiva e coloniale.
Le altre donne del romanzo — Carla e la curandera della casa verde — percepiscono il male prima degli uomini, ma non riescono a farlo riconoscere. Le loro voci vengono zittite, ridotte a delirio o superstizione.
Attraverso le lenti della Standpoint Theory e della Muted Group Theory, possiamo leggere in queste donne una conoscenza “altra”: un sapere che nasce dall’esperienza vissuta e dalla marginalità. Il loro silenzio non è mancanza, ma forma di resistenza epistemica — un modo di custodire la memoria del danno anche quando il linguaggio fallisce.
Trauma ecologico e perdita di senso
La distanza di salvataggio è allora una misura impossibile: non solo tra madri e figli, ma tra essere umano e ambiente.
Il trauma ecologico, come quello materno, si manifesta nella percezione di un tempo rotto, di una realtà contaminata.
Schweblin ci mette davanti a una domanda radicale: quanto possiamo ancora conoscere di un mondo che abbiamo avvelenato?
In questo senso, Distanza di sicurezza dialoga con autrici come Silvia Federici e Stacy Alaimo, nel proporre una nuova sensibilità etica e politica: riconoscere la vulnerabilità come condizione condivisa, e non come debolezza.
Oltre la paura: raccontare come resistenza
Alla fine, nulla si risolve. La salvezza non arriva, la contaminazione resta.
Eppure, nella voce spezzata di Amanda, sopravvive un gesto di resistenza: continuare a raccontare anche quando il racconto non salva.
Raccontare significa ancora cercare connessione, tenere viva una forma di attenzione verso ciò che è stato ferito — la terra, il corpo, il legame.
In questa tensione tra linguaggio e silenzio, tra salvezza e perdita, Distanza di sicurezza ci consegna una domanda che resta sospesa:
Quanto di quella “distanza di salvataggio” riconosciamo oggi, nelle nostre relazioni e nel modo in cui abitiamo la terra?
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Link utili
- Scheda del libro sul sito dell’editore (SUR)
- Recensione su The Guardian
- Carosello di approfondimento sulla lettura critica di Distanza di sicurezza
- Reel di approfondimento sul significato del titolo
Per approfondire
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Samanta Schweblin, Distancia de rescate (2014) – trad. it. Distanza di sicurezza, Edizioni SUR, 2020
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Sandra Harding, Whose Science? Whose Knowledge?
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Silvia Federici, Calibano e la strega
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Stacy Alaimo, Exposed: Environmental Politics and Pleasures in Posthuman Times


