Muted Group Theory: quando il linguaggio esclude le voci marginali

Che cos’è la Muted Group Theory: definizione e contesto

La Muted Group Theory (in italiano teoria del gruppo silenziato) è una prospettiva sviluppata negli anni Settanta che analizza come il linguaggio dominante nella società rifletta i punti di vista dei gruppi al potere — storicamente uomini, bianchi, occidentali — e renda più difficile per i gruppi marginalizzati esprimere la propria esperienza in modo autentico e riconosciuto.

In breve: chi detiene il potere definisce le parole, le categorie e i codici della comunicazione. Chi ne è escluso si trova spesso “muto” — non perché non abbia voce, ma perché non possiede gli strumenti linguistici per farsi comprendere all’interno del discorso dominante.

Mut­ed Group Theory: origini e sviluppo della teoria

La teoria nasce nel campo dell’antropologia e della comunicazione, grazie a Edwin Ardener e Shirley Ardener, che negli anni ’70 osservarono come i modelli linguistici e culturali fossero costruiti a partire dalle esperienze maschili.

  • Edwin Ardener, nel saggio Belief and the Problem of Women (1975), notò che molte culture “rappresentano” le donne solo attraverso un filtro maschile.

  • Shirley Ardener ampliò la teoria, mostrando come le donne (e altri gruppi marginali) sviluppino linguaggi alternativi, sottotraccia o simbolici, per esprimere esperienze non riconosciute pubblicamente.

Negli anni Ottanta, la teoria venne ripresa dagli studi di Cheris Kramarae, che la applicò esplicitamente al linguaggio e alla comunicazione di genere. Kramarae sosteneva che “le donne devono tradurre le proprie esperienze in termini del linguaggio maschile per essere ascoltate”.

I concetti chiave della Muted Group Theory

Linguaggio come strumento di potere Il linguaggio non è neutro: rispecchia e rinforza la visione del mondo dei gruppi dominanti.
Muting (silenziamento) I gruppi marginali sono “silenziati” perché le loro esperienze non trovano spazio o parole nel discorso pubblico.
Strategie di adattamento Per farsi capire, i gruppi esclusi devono “tradurre” le proprie esperienze nei codici del linguaggio dominante.
Contro-discorsi I gruppi marginali creano forme alternative di comunicazione: arte, letteratura, simboli, ironia, linguaggi intimi o comunitari.

 


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Collegamenti con gli studi femministi e postcoloniali

La Muted Group Theory dialoga con le teorie femministe del linguaggio (da Dale Spender a Deborah Cameron) e con l’idea che la cultura dominante definisca i limiti di ciò che può essere detto e pensato.

Inoltre, la teoria trova continuità negli studi postcoloniali e decoloniali: anche i popoli colonizzati, gli indigeni o le minoranze linguistiche subiscono un processo di muting quando devono esprimersi nella lingua e nei concetti del colonizzatore.

Qui si intreccia con autori come Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonising the Mind) e con pensatrici come Gayatri Spivak, che si chiedeva: “Può il subalterno parlare?”

Applicazioni della Muted Group Theory in letteratura

In letteratura, la Muted Group Theory è una chiave interpretativa potente per leggere opere in cui:

  • le voci femminili o marginali vengono soffocate o distorte;

  • il linguaggio stesso diventa campo di battaglia — come nei testi in cui le protagoniste lottano per nominare ciò che non ha nome;

  • emergono linguaggi alternativi o simbolici (silenzio, sogno, corpo, arte, magia, gesto) come forme di resistenza.

Esempi letterari:

  • The Wasted Vigil di Nadeem Aslam: donne afghane che trovano voce solo attraverso il dolore o l’immaginazione.

  • I Will Turn Off the Lights di Zoya Pirzad: il linguaggio domestico come microresistenza al patriarcato.

  • Wide Sargasso Sea di Jean Rhys: riscrittura di un classico che ridà voce alla “pazza in soffitta”, figura simbolo del silenziamento coloniale e di genere.

 

Perché la Muted Group Theory è ancora attuale

La Muted Group Theory resta attuale perché aiuta a comprendere come il linguaggio possa diventare un dispositivo di potere: non solo uno strumento per comunicare, ma un meccanismo che decide chi può parlare e in quali termini.

Nel mondo contemporaneo — tra media digitali, discorsi politici e narrazioni culturali — questa teoria invita a chiedersi quali voci vengono ascoltate e quali restano ai margini.
In letteratura, continua a offrire strumenti per leggere testi in cui la parola diventa un atto di resistenza, e il silenzio stesso si carica di significato politico.

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Link utili

Risorse e letture per approfondire la Muted Group Theory

  • Edwin Ardener, Belief and the Problem of Women (1975)

  • Shirley Ardener, Perceiving Women (1975)

  • Cheris Kramarae, Women and Men Speaking (1981)

  • Dale Spender, Man Made Language (1980)

  • Gayatri C. Spivak, Can the Subaltern Speak? (1988)

 

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