Perché Cent’anni di solitudine non è diventato il mio libro preferito

cent'anni di solitudine gabriel garcia marquez
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Io non l’avevo ancora mai letto, per esempio, e non capivo perché fosse così importante leggere Cent’anni di solitudine.
Sono estremamente infastidita dai lapidari giudizi del tipo ma come? non l’hai letto? ma questo libro è assolutamente da leggere! Mi fanno girare le palle e per diverse ragioni: la prima, che di solito chi si lancia in questo genere di esternazioni conosce e ha letto (forse) solo i libri più famosi del mondo e crede che gli sia bastato così; la seconda è che, a mio avviso, non esiste un libro che deve essere assolutamente letto. Porto sempre l’esempio del mio amatissimo Zola: per me tutte le sue opere sono pietre miliari della letteratura, ma vivo giornalmente immersa in un mondo che conosce pochissimo questo autore e me ne faccio giornalmente una ragione.

cent'anni di solitudine

Quindi io non avevo mai letto Cent’anni di solitudine, embè? Poi l’ho letto e ho capito perché è così tanto apprezzato.

– TEMPO DI LETTURA 3 MINUTI –

È il titolo a rendere il libro straordinario?

Cent’anni di solitudine è senza dubbio un bellissimo libro. Ma non sarebbe così tanto bello se avesse un titolo diverso. Se si fosse chiamato, non so, Macondo oppure I Buendìa, sarebbe stato sempre lo stesso libro, ma sarebbe stato un po’ meno bello (magari un giorno parleremo anche dei gossip che stanno intorno alla scelta del titolo di questo libro).

Tutto questo per dirvi che è la solitudine a fare di questo libro un’opera straordinaria.



Gabriel Garcìa Marquez ci racconta la vita di Macondo – un’immaginaria cittadina colombiana –  sin dalla sua fondazione; mentre leggiamo, ci scorrono davanti generazioni di Buendìa (la famiglia protagonista del libro), generazioni di uomini, donne, di incesti, di amori leciti e illeciti, di figli illegittimi, di animaletti di caramello, di guerre, litigi, imprecazioni.

La casa dei Buendìa è tutto meno che solitaria: è un continuo passaggio di vite e di storie da raccontare. Eppure, la solitudine.

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Questa foto è di Elena Spadafora. Se vuoi utilizzarla, prima chiedi: amaranthinemess@gmail.com

Marquez costruisce un mondo straordinario in cui ciascuno dei suoi personaggi è un tipo a sé stante, con caratteristiche proprie che lo identificano – ma che lo rendono a tratti caricaturale.

Così la splendida figura del comandante Aureliano Buendìa che guida la rivolta senza neppure sapere perché e quando smette di farlo si rinchiude nella sua stanza a forgiare pesciolini d’oro. O anche la cinica Amaranta che butta una mano sul braciere come punizione autoinflitta o Remedios la Bella che veste con un sacco di iuta e ascende al cielo come una santa.

Cent’anni di solitudine è la resistenza alla cultura eurocentrista: Marquez scrive questo libro col chiarissimo intento di farne un cosiddetto best seller. Vuole vincere, vuole schiacciare gli altri best seller, quelli europei e quelli americani e vuole farlo in quanto portatore della cultura ispano-americana.

Questa è forse la caratteristica principale del libro. Prima della costruzione del personaggio, prima degli espedienti narrativi: l’intento di questo libro è impostato a priori, il fatto che debba essere un successo, ricercato a tavolino da una tecnica da stratega che porta Marquez a intessere il suo romanzo con stratagemmi oserei definire di marketing letterario.

[Fonte: Salt editions]
Al marketing letterario (quello della scrittura, intendo, non quello dell’editoria) ci abbiamo ormai fatto il callo. Di romanzi furbetti, quelli scritti bene ma per vendere ne abbiamo piene le librerie (questo è uno dei motivi per cui non amo Harry Potter). Il marketing di Marquez (e prendiamolo con tutte le virgolette del caso) è un marketing diverso, a lui non serve vendere per guadagnare dei soldi, a lui serve vendere per far conoscere la declinazione del romanzo ispano-americana al resto del mondo.

Il realismo magico è la cifra di questa resistenza culturale. Marquez elabora un tipo di romanzo che possa essere letto, capito, amato dal pubblico di tutto il mondo ma che sia inequivocabilmente ispano-americano.

Marquez ha dell’ottimo materiale biografico di partenza: la sua vita di bambino al seguito del nonno, il colonnello Nicolàs Màrquez Ignaròn, è stata un’avventura. Mescola anche un pizzico di storia dell’America latina, condisce con la tecnica narrativa di cui abbiamo parlato, ma serve qualcosa che renda quella scrittura inequivocabilmente ispano-americana, ed ecco che arriva il realismo magico.

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Gabriel Garcìa Marquez [Fonte: Sur edizioni]
Non è nulla di esotico o inventato, è la trascrizione letteraria della cultura ispano-americana, all’interno della quale si sono mischiati, nel corso dei secoli, influssi diversi: le credenze pagane e quelle estremamente cattoliche, la cultura americana, europea, ma anche quella indigena, un po’ esoterica, ricordata solo con quella memoria genetica che ci rende familiari cose che non abbiamo mai conosciuto.

Perché Cent’anni di solitudine non è diventato il mio libro preferito? Perché non mi ha rubato il cuore, come fa con quasi tutti quelli che lo leggono? Ci sono rimasta un po’ male.

E qui si torna al punto di partenza: Cent’anni di solitudine è certamente un ottimo libro ma è certamente anche un libro molto furbo, scritto col chiaro obiettivo di conquistare il pubblico.

Per il marketing, dunque, questo libro ha vinto. E per la letteratura?

Mi ritrovo moltissimo in un commento fatto da Pier Paolo Pasolini:

Un altro luogo comune… è quello di considerare Cent’anni di solitudine… di Gabriel García Márquez un capolavoro. Ciò mi sembra semplicemente ridicolo. Si tratta del romanzo di uno scenografo o di un costumista, scritto con grande vitalità e spreco di tradizionale manierismo barocco latino-americano, quasi ad uso di una grande casa cinematografica americana (se ne esistessero ancora). I personaggi sono tutti dei meccanismi inventati talvolta con splendida bravura da uno sceneggiatore: hanno tutti i «tic» demagogici destinati al successo spettacolare. L’autore molto più intelligente dei suoi critici sembra saperlo bene: «Non gli era mai venuto in mente fino allora – egli dice nell’unica considerazione metalinguistica del suo romanzo – di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente…». Márquez è indubbiamente un affascinante burlone, tanto è vero che gli sciocchi ci sono tutti cascati.



Nonostante condivida il giudizio di Pier Paolo Pasolini, non capisco perché il fatto che Cent’anni di solitudine sia il romanzo di uno scenografo o di un costumista comporti un problema.

Mi spiego: pensiamo per un attimo a Marquez come un venditore di pentole. E’ un venditore molto capace, un po’ ammiccante, di quelli che riuscirebbero a vendere pentole anche a un crudista. Tuttavia, non è un ciarlatano. Sa vendere, ma non frega la gente e le pentole (o la letteratura) che ci vende sono davvero di ottima fattura.

 


DISCLAIM

  • La foto di copertina è mia, se la vuoi utilizzare, prima chiedi: amaranthinemess@gmail.com
  • Questo post non è stato sponsorizzato dalla Repubblica presidenziale di Colombia.


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7 Risposte a “Perché Cent’anni di solitudine non è diventato il mio libro preferito”

  1. Credo che un libro non sia solamente dell’autore che lo ha scritto ma anche del lettore che lo legge. Questo per dirti che quello che tu hai scritto riguardo il libro più conosciuto di Gabo può esser vero (io stessa ho pensato la stessa cosa molte volte, anche in virtù di quello che espresse Pasolini), ma per me, lettrice, “Cent’anni di solitudine” non è (solo) questo: per me è uno di quei libri che, nonostante abbia finito di leggerlo diversi anni fa, riecheggia ancora dentro di me, è ancora presente, continua a dirmi sempre qualcosa di nuovo, è rimasto. Insomma, è un capolavoro, per me lettrice.
    Sicuramente la tua opinione sul romanzo è più oggettiva e dunque magari può essere che sia veramente così dici, ma ciò non toglie che “Cent’anni di solitudine” sia pure altre cose, tante cose che io lettrice credo di aver trovato in esso: stupore, meraviglia, rivelazioni di verità disseminate per tutto il romanzo, l’epopea della storia della famiglia Buendía e di Macondo che metaforicamente non è altro che quella della vita umana (come scrive Piero Dorfles in “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita”) e ho trovato me stessa in quanto essere umano. Cose che, al pari di tanti altri libri, rendono per me “Cent’anni di solitudine” un capolavoro.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Mielelavandaturchese, grazie per aver commentato 🙂 Mi rendo conto che le sensazioni che un libro fa nascere in ciascun lettore sono importanti tanto quanto le analisi critiche, ma io studio la letteratura non i sentimenti umani. In più quando mi sono seduta a pensare cosa scrivere di questo libro mi è subito stato chiaro che non serviva “nell’internet” l’ennesimo post che acclamava la meraviglia di Cent’anni di solitudine. Preferivo mettere in evidenza la componente di lotta attiva, politica e culturale che Marquez ha voluto mettere in campo scrivendo questo romanzo: le sensazioni, per quanto meravigliose, sono dei singoli, gli atti politici (come la stesura di questo libro) sono della collettività.

      1. Anche io studio la letteratura e ritengo comunque “Cent’anni di solitudine” un capolavoro.
        Comunque mi fa piacere questo scambio di idee. 🙂

  2. Io amo quel libro ma, lo dico senza remore, non è il mio romanzo preferito. Forse lo è “L’amore ai tempi del colera”, per un mio personale modo di sentire la vita. Cent’anni di solitudine per me va letto a più età, in momenti della vita diversi. Detto tra noi, anch’io adoro Zola.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Guarda, subito dopo Cent’anni di solitudine ho letto anche Dell’amore e di altri demoni e ho trovato quest’ultimo molto più nelle mie corde.

  3. caterina ferraresi dice: Rispondi

    Dire che Cent’anni di solitudine è un libro furbo equivale a dire che Gesù era un tipetto new age. Vabbè, che altro dire.

    1. elena spadafora dice: Rispondi

      Ciao Caterina, la mia tesi mi pare sia argomentata, la tua? Forse ti sei limitata ad affermare l’ovvio senza avere argomenti che sostengano questa idea? Che altro dire…

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