La gabbia di Lucien Descaves | Grand Guignol e teatro naturalista

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Quando ho iniziato a leggere il saggio sul Grand Guignol a cura di Corrado Augias, non pensavo di leggere anche La gabbia di Lucien Descaves; pensavo solo di documentarmi un po’ per scrivere il post: avevo già letto una pièce a firma di De Lorde (a sua volta tratta da un racconto di Edgar Allan Poe) e le mie letture di Halloween per quest’anno erano già tutte organizzate.

la gabbia lucien descaves grand guignol

Non sapevo che leggendo il saggio di Augias sarebbe venuta fuori un’analisi del Grand Guignol non solo come teatro dell’orrore e del macabro ma anche come rappresentazione sociale e culturale delle inquietudini e mutamenti del proprio periodo storico. Così ho deciso di leggere forse la più politica fra le pièce scritte per il Grand Guignol ovvero, appunto, La gabbia.

 – TEMPO DI LETTURA 4 MINUTI – 

La gabbia è un dramma in un atto a firma di Lucien Descaves. Si svolge in un tinello e nel giro di poche ore: una famiglia di borghesi (genitori e due figli adulti) ridotta in miseria dalla perdita del lavoro del padre, decide di suicidarsi con le esalazioni di un fornello a gas.

Vi ricordate quando, all’interno del post sul Grand Guignol, parlavo del legame con la poetica naturalista? Ecco, ne La gabbia il legame col Naturalismo è visibile ma non incisivo.

Se da un punto di vista formale le caratteristiche del teatro naturalista sono del tutto rispettate, dal punto di vista dei contenuti qualcosa stona. Ed è proprio la gabbia.

la gabbia grand guignol

Nella settima scena la gabbia con gli uccelli che è lì nel tinello assieme a tutti i membri della famiglia (che hanno appena deciso di suicidarsi) viene aperta e gli uccelli liberati.

Non vogliono farli morire lì con loro e non sanno, nel caso sopravvivessero, se qualcuno se ne prenderebbe cura: così vengono liberati e Alberto, il figlio, pronuncia queste parole:

[…] Non è la prigione che chiedono, ma l’ospitalità. I nidi nella natura non hanno sbarre. La gabbia è la trappola della carità. Anche i filantropi hanno un’anima di venditori d’uccelli.

Lucien Descaves, La gabbia, scena VII (traduzione G. Ciancabilla)

[Se ti interessa sapere cos’altro ho letto per questo Halloween ti basta cliccare qui e visualizzerai la lista dei post]



La gabbia è dunque un simbolo? E’ la costrizione dell’umiliazione sociale cui la famiglia è sottoposta?

Nella terza scena, il Signor Havenne, il padre, scherza amaramente con la moglie dicendo che gli rimane solo la Congregazione di carità e alla reazione disperata della moglie lui risponde:

(Abbracciandola) Ma non vedi che io lo dico per ischerzo, per ridere scioccona che sei… (Una commozione repressa gli fa tremare la voce) In primo luogo ci troveremmo di fronte all’incredulità! […] Noi abbiamo quello che nuoce ai poveri più della loro povertà: l’amor proprio, la discrezione e il vestito, questo terribile vestito dei giorni felici e della condizione agiata, di cui non ci sappiamo spogliare nella nostra miseria e che la smentisce! L’espressione della miseria è una cosa che s’impara come un’altra. Ebbene noi non sappiamo, non sapremo mai impararla!

Lucien Descaves, La gabbia, scena III (traduzione G. Ciancabilla)

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Due generazioni, due punti di vista diversi ma ugualmente schiacciati dall’ingiustizia, dal sistema sociale e dal mercato del lavoro. Un quasi sessantenne espulso troppo presto dal mondo del lavoro (e che non riesce in alcun modo a reinserirvisi) e due ventenni che non riescono invece ad entrarvi, a iniziare, a ritagliarsi un posto tutto loro. Ci ricorda qualcosa?

La gabbia è stato scritto nel 1898. Eppure mi pare ci parli ancora di tante cose della nostra attualità, quasi come se il mondo fosse rimasto immutato.

Quanti di noi si trovano sospesi fra un’aspettativa sociale e una condizione reale, materiale, economica che non tiene testa a quell’aspettativa?

Dappertutto, i direttori ringiovaniscono il loro personale, perché costi meno caro. Le scuole comunali sono un serbatoio vantaggioso. Vi procurano dei ragazzi che si pagano 25 lire al mese, di cui il servizio militare vi sbarazza proprio quando si dovrebbe loro aumentare lo stipendio, e che non si è obbligati a riprendere quando sono congedati.

Lucien Descaves, La gabbia, scena III (traduzione G. Ciancabilla)

 



La borghesia di cui ci parla La gabbia di Descaves è una classe che ha perso il proprio posto all’interno della società:

Vi era là un notaio senza studio, dei sottufficiali congedati, senza impiego, degli avvocati senza cause, dei professori senza allievi, dei burocrati senza ufficio, dei candidati alla deputazione senza elettori, degli speculatori senza capitali, un inventore derubato dei suoi brevetti, un negoziante fallito, dei laureati… tutti i vecchi tipi della borghesia, la quale attestava, in quei suoi campioni, i progressi della malattia che la corrode.

Lucien Descaves, La gabbia, scena V (traduzione G. Ciancabilla)

L’indifferenza degli altri, di tutti quelli che ce l’hanno fatta e continuano a farcela è anche questa una caratteristica che ci parla di noi e della nostra noncuranza davanti la disperazione altrui.

Ecco cosa dicono i nostri aspiranti suicidi sulla loro padrona di casa:

Ecco quel che non ci perdonerà la signora Ledru […] Essa si rassomiglia al contadino che teme la guerra, non tanto per gli orrori di cui è portatrice, quanto per la devastazione che farà di un campo il quale gli appartiene. Mi par di sentirla dire “Non potevano andarsi ad ammazzare altrove?”

Lucien Descaves, La gabbia, scena IX (traduzione G. Ciancabilla)

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A sinistra: l’autore, Lucien Descaves. A sinistra, Corrado Augias, curatore di Teatro del Grand Guignol, Einaudi 1972

Leggere La gabbia di Descaves è stata una bella sorpresa. In questa pièce il Grand Guignol mette da parte il sangue e le sevizie e dà spazio ad un dolore più sordo, meno appariscente, ma ugualmente lacerante.

Continua a tornarmi in mente quel riferimento al vestito dei giorni felici e non riesco a non metterlo a confronto coi cellulari che tanto ci infastidiscono in mano ai migranti: sono poveri e sono disperati e non possiamo accettare che posseggano ancora qualcosa, per convicerci davvero della loro povertà e della disperazione devono lasciare andare ogni oggetto che possa legarli ancora ad una vita normale che probabilmente conducevano, laggù da qualche parte e che sono stati costretti a lasciare.

la gabbia leggi anche Il grand guignol

Continuo a pensare al momento in cui la signora Ledru troverà i cadaveri dei suoi inquilini e penserà che adesso sarà davvero difficile affittare nuovamente la casa.

E continuo a pensare che, verosimilmente, nel 1898, sono esistiti un Alberto e una Maddalena, ventenni che nonostante gli studi e la fatica non riuscivano a racimolare neppure i soldi necessari ad acquistare un po’ di carbone per scaldarsi.



Leggere La gabbia di Descaves fa arrabbiare e fa riflettere ma cosa più importante, inquieta e spaventa non con sangue ed eviscerazioni, questa volta, ma col solo racconto della realtà.

DISCLAIM

  • L’immagine di copertina è di Chris Fuller su Unsplash
  • Per scrivere questo post ho consultato: Augias, C. (a cura di), Teatro del Grand Guignol, Einaudi 1972
  • Questo post non è stato sponsorizzato dalla Borghesia Decaduta Italiana.

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2 Risposte a “La gabbia di Lucien Descaves | Grand Guignol e teatro naturalista”

  1. Come sempre i tuoi post sono meravigliosi per me che amo leggere. Ho sentito parlare di questo autore ma non ho mai letto nulla. Tocca rimediare!

  2. Non so se ti ho mai detto che amo i tuoi post anche se in questo periodo non sono una lettrice accanita, ma in particolare i disclaimer dove dici chi NON li sponsorizza sono uno più irresistibile dell’altro. Vado a leggermi il post sul grand-guignol, che adoro ^_^

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