Manifesto Controsessuale | Sessualità, natura e cultura

manifesto controsessuale paul b. preciado
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Ho conosciuto Manifesto Controsessuale di Paul B. Preciado grazie a un collega blogger, FilosoficaMente, che mi ha tirato dentro questo interessante blogtour che oltre me vede coinvolti Giordano Milo, Fedabooks e Microcosmodiparole.

I primi due contributi al dibattito intorno al libro di Preciado sono già online e potete trovarli qui e qui.

 

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E adesso tocca a me: la necessaria premessa è che io non sono né appassionata né abituata agli scritti di filosofia. In genere li trovo inutilmente complicati, il che poi è il motivo principale della mia massima ignoranza filosofica.

In questo testo ho trovato delle idee di partenza molto buone e condivisibili, degli sviluppi non altrettanto condivisibili e per certi versi contraddittori e infine un linguaggio che avrebbe voluto essere diretto e discorsivo ma che spesso si è lasciato sedurre dal filosofichese.

– TEMPO DI LETTURA 5 MINUTI –

Il presupposto da cui Manifesto Controsessuale muove è che la nostra sessualità sia schiava di uno schema funzionale al sistema patriarcale e capitalistico in cui viviamo

Siamo uomini o siamo donne, in mezzo, al di fuori di queste due definizioni di genere, di norma, non è previsto nulla.

La vita reale però ci insegna che non è così. La vita reale ci insegna che c’è tanta gente che sente di essere molto di più di quell’etichetta triste, che costringe, in fin dei conti, non solo la nostra sessualità ma la nostra fantasia, la nostra personalità, il nostro essere. 

Decostruire i ruoli di genere, i comportamenti di genere, è una bella rivoluzione.

C’è chi lo ha fatto: una fra tutte, una fra le mie preferite, è Judith Butler che afferma che la performance di genere crea il genere. In altre parole: io sono donna perché mi comporto da donna. Ma il mio essere donna non ha nulla a che fare con i miei geni, con i miei organi riproduttivi, col mio cervello.

 

Judith Butler
Judith Butler

 

Sulla scia di questo tipo di riflessioni si inserisce il Manifesto di Preciado che insiste molto sulla funzione del dildo: il dildo è uno strumento sessuale che aiuta la decostruzione di cui dicevamo prima. Un dildo mette in discussione i ruoli di penetrato e di penetrante. Chiunque può penetrare, se ha un dildo. Così vengono meno anche i ruoli di uomo e donna all’interno del rapporto sessuale tradizionale: anche una donna può penetrare, anche un uomo può essere penetrato.

 

 

Apprezzo molto questo tipo di pensiero, perché al di là della mera speculazione, c’è gente nel mondo che soffre davvero per l’imposizione di un genere.

Auspico che prima o poi si arrivi tutti quanti alla conclusione che il genere è solo un’imposizione culturale, che non c’è nulla di naturale, nulla di obbligatorio, che l’unica cosa importante è che le persone siano messe in condizione di essere felici, di stare bene, al di là di quale organo genitale si siano ritrovate fra le gambe. Siamo prima di tutto esseri umani, poi, se vogliamo, uomini e donne.

 

manifesto controsessuale paul b. preciado

 

Ciò che mi lascia perplessa delle conclusioni che trae Preciado è che, nella sua riflessione, pare che sia proprio la natura il problema. Pare che siano proprio peni e vagine il problema, non il senso culturale e sociale che gli è stato attribuito.

E se il problema sono peni e vagine, allora il problema è di tutti, non solo di chi si trova a disagio con un’imposizione di genere. Preciado parla della decostruzione sessuale come una nuova norma, a mio avviso, come una nuova costrizione. Perché liberarsi da una norma per fiondarsi subito dentro un’altra?

 

Il giudizio feroce che Preciado pronuncia contro la natura è evidente in un capitolo in cui parla della correzione dei genitali in bambini nati con deformazioni

Per Preciado la correzione di un organo genitale amorfo è una violenza da parte del sistema che punta a inquadrare tutti quanti entro i binari di maschi e femmine.

Ciò che rilevo però come problema, se non proprio come contraddizione, è che il nostro codice genetico ci divide effettivamente in maschi e femmine. Geneticamente parlando, non è ancora mai stato individuato un genere differente. 

Al di là del fatto che, come dicevo prima, non capisco quale sia il problema di essere geneticamente maschio o femmina (se la nostra lotta mira proprio a spezzare il legame fra l’essere geneticamente maschio e l’assumere comportamenti da uomo e l’essere geneticamente femmina e l’assumere comportamenti da donna), se lo scopo non è la mera dissertazione filosofica ma la ricerca del benessere di individui e comunità, perché non considerare che la correzione di un’anomalia fisica è una cosa buona e auspicabile?

 

paul b preciado
Paul B. Preciado

 

Se nasci con la labioschisi, ad esempio, te la sistemano, e non perché ci sia un complotto mondiale di chirurghi plastici che vogliono ridurre tutte le facce ad un unico modello di faccia. Semplicemente, un’anomalia di quel tipo può dare problemi fisici e psicologici alla persona che la porta.

Se lo scopo del dibattito è decostruire il valore culturale e politico che è stato affibbiato a peni e vagine, cosa cambia se ad un bambino nato con dei genitali amorfi viene infine consegnato un pene o una vagina? A quanto pare è proprio Preciado a farne un problema di peni e vagine…

 

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Quel che mi chiedo (e che vorrei chiedere a Preciado) è: è davvero necessario, al fine di raggiungere il nostro benessere psico-fisico, negare la natura?

Io penso di no. Basta rendersi conto che la biologia fa sì che noi, così come moltissimi altri esseri viventi sessuati, nasciamo alternativamente con peni o vagine.

Ciò comporta anche una serie di altre differenze ormonali ma anche comportamentali (banalmente, chi nasce con un pene non ha le mestruazioni, quindi non deve adattare il proprio comportamento sociale alla loro gestione). È la cultura umana che ha attribuito agli organi riproduttivi delle valenze simboliche, politiche, sociali, la natura non ha fatto niente di male (scusate, ne parlo come se la natura fosse un essere senziente; non credo che ci sia un’intelligenza superiore che ci plasmi tutti, era giusto per farla breve).

Ciò che trovo vagamente disarmante nella dissertazione di Preciado è che sembra essersi innamorato talmente tanto della dissertazione stessa da averne dimenticato lo scopo.

 

manifesto controsessuale paul b. preciado

 

Tornando, ad esempio, a ciò che dice (ripetutamente) sulla funzione del dildo: come ho già detto mi sembra un ottimo strumento di decostruzione sessuale, ma non è l’unica alternativa al sesso tradizionale che sfugga al binarismo pene/vagina. Preciado invece ne parla come se l’uso del dildo fosse l’unica via per trovare un benessere sessuale e non.

Non sono d’accordo e per un motivo semplicissimo: Preciado vuol liberarci dalla norma dei peni che entrano nelle vagine, con la norma dei dildi che penetrano gli ani. Vorrei che Preciado avesse considerato anche tutte le donne del mondo che fanno sesso da sole o fra di loro senza l’ausilio di alcuno strumento falloide.

 

 

Ciò che non mi convince di Manifesto Controsessuale è questo continuo voler sfuggire a meccaniche dentro le quali poi puntualmente ricade. Lo stesso Preciado, col suo agire esistenziale, nega il discorso che porta avanti: nato Beatriz, Preciado decide di diventare Paul. Legittimo, ma, di fatto, non è diventato qualcuno che sfugge al comportamento predefinito, ha semplicemente svestito i panni femminili e vestito quelli maschili (scusate ancora, non voglio ridurre il valore e la potenza rivoluzionaria di una transizione sessuale, anche qui era per farla breve).

Legittimo, dirigersi verso ciò che pensiamo ci appartenga e ci definisca. Legittimo, forse addirittura necessario, volere un’identità. Ciò che importa è che quell’identità parli di chi siamo e non sia invece mai un’imposizione a dover essere.

DISCLAIM

  • Le immagini presenti in questo post sono mie o scaricate da Google immagini
  • Il libro mi è stato inviato gratuitamente dall’editore Fandango Libri
  • Questo post non è stato sponsorizzato da Madre Natura né dalla Fatina dei dildo



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