La linea del colore | Una specie di libertà

la linea del colore igiaba scego
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La linea del colore di Igiaba Scego (edito Bompiani) è un mosaico. Ognuna delle storie che custodisce è una minuscola tessera guardata molto da vicino che man mano che ti allontani – man mano che leggi il libro – ti rendi conto far parte di un insieme di minuscole tessere che, giustapposte le une alle altre, creano un’immagine.

Così c’è Lafanu Brown, la protagonista, che vive alla fine dell’Ottocento a Roma, ed è una volitiva pittrice americana di origine mista (Chippewa e haitiana), vissuta all’ombra delle sue benefattrici bianche tanto generose quanto assolutamente incapaci di capire la vera natura della loro protetta; ma c’è anche Leila, nostra contemporanea, giovane curatrice d’arte italiana di origini somale e c’è la sua cuginetta, Binti, che vive in Somalia e ha deciso di tentare il viaggio per arrivare clandestinamente in Europa.

 

Igiaba Scego
L’autrice, Igiaba Scego

 

Attorno a questi tre personaggi ne ruotano tanti altri e ciascuno di loro rappresenta una di quelle tessere di mosaico, e ciascuno di loro, anche il personaggio più fugace, è portatore di un significato, di una storia, di una visione del mondo.

 

– TEMPO DI LETTURA 4 MINUTI –

 

“A un certo punto Franco Mussi prese un bicchiere di grappa, salì su un tavolo di legno malconcio della taverna di Rocco, un vecchio amico, e con quanto fiato aveva in gola gridò anche lui Viva l’Italia, viva la patria. La sua verità, la sua rabbia, quel senso di impotenza li ingoiò tutti con la grappa. Anche lui alla fine scese a patti con il diavolo della propaganda. E alla fine si godette pure lui quel suo essere un falso eroe di una falsa patria.”

Il prologo de La linea del colore di Igiaba Scego si apre a Roma, un giorno del 1887, in una piazza in tumulto: è appena arrivata la notizia dell’eccidio di Dogali, fatto storico realmente avvenuto in Eritrea, dove un gruppo di militari italiani dell’impresa coloniale vennero uccisi dai resistenti eritrei.

In quella piazza, c’è anche Lafanu Brown che vive a Roma ormai da molto tempo ma che lì, in quel momento, è vista dalla cieca folla solo come una nera, nera come gli uomini che laggiù in Africa hanno ucciso quei poveri ragazzi italiani.

Lafanu viene salvata dal linciaggio da un uomo, un anarchico, Ulisse Barbieri a cui lei decide di raccontare tutta la sua storia.

 

la linea del colore igiaba scego

la linea del colore igiaba scego

 

In questo capitolo d’apertura incontriamo tutti i temi che incontreremo poi lungo la storia: il colonialismo, l’Italia che è appena stata unificata, la questione meridionale, la subalternità ad un potere che anche se di volta in volta si presenta in modo diverso, è sempre lo stesso e rende tutte le oppressioni un’unica oppressione.

 




 

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“Lafanu non sa se è stata violentata.
Sa solo che l’hanno trovata all’alba di un venerdì, o forse era un giovedì, davanti a una stalla. A Coberlin. A due passi dal collegio che stava frequentando. […] Lafanu Brown non sa se è stata violentata in una notte stranamente luminosa del 1859.
Sa però l’età che aveva quella notte. Aveva diciassette anni.

Così si apre il primo capitolo del libro che non è solo l’inizio della storia ma anche l’inizio del racconto di Lafanu sulla sua vita.

Non molto tempo prima di quella notte il cui racconto apre il capitolo, Lafanu viveva ancora con la sorella Timma e la zia nel loro piccolo villaggio Chippewa presso le cascate, luogo in cui erano stati relegati dai bianchi.

Lafanu non è come sua sorella, non è come gli altri Chippewa. Lei vuole viaggiare, lei è un cavallo che non vuole essere domato. Così, quando Betsebea McKenzie – americana, bianca, ricca – si trova anche lei presso le cascate e nota prima Timma e poi Lafanu, la nostra protagonista coglie l’occasione per lasciare per sempre il villaggio.

 




 

la morte di murat idrissi tommy wieringa

 

Betsebea McKenzie non capirà mai davvero la natura di Lafanu, le darà un’istruzione e la possibilità di realizzare i suoi sogni, ma la costringerà sempre dentro al ruolo della protetta, nera, che è per tutta la vita debitrice alla propria benefattrice. Ma Igiaba Scego spende qualche parola anche per le donne come Betsebea, ricche donne bianche votate al volontariato e al sostegno della causa dei neri:

 

Quelle donne in fondo combattevano soprattutto per loro stesse. Una donna non era certo in una situazione migliore di un negro: era una proprietà, solo meglio vestita. E forse fu questa consapevolezza a spingere Betsebea alla lotta. Lei che in realtà amava più i cappellini che i manifesti di propaganda da distribuire, trovò in quello sbracciarsi per dei diritti che nemmeno sapeva di poter rivendicare una nuova linfa per continuare a vivere.

 

Il mondo nuovo in cui Betsebea catapulta Lafanu è un mondo pieno di opportunità, ma è un mondo stupido, è un mondo che spesso non capisce. È un mondo fatto di convenzioni sociali e ruoli di genere, un mondo diviso in normalità e anormalità, in giusto e sbagliato.

La violenza subita da Lafanu è stata dettata dall’odio nei suoi confronti. Una nera che frequenta un collegio di bianchi, che si appassiona all’arte, che pretende addirittura di andare a teatro come i suoi compagni. Lafanu viene punita per il suo sfuggire a tutte quelle regole e a tutte quelle convenzioni.




“La gente era cattiva con Lizzie Manson. Perché la gente è sempre cattiva con chi considera eccentrico.
Ma Lizzie non ci badava. Aveva una missione. ‘Darò spalle più robuste delle mie alle ragazze che mi passeranno fra le mani. Sarò per loro la migliore delle istitutrici.’
Non tutte le famiglie però mandavano le figlie da lei. ‘Ce le rende ribelli,’ dicevano sgomenti. ‘Tremendamente scandalose.'”

Dopo l’incidente, così come viene chiamato, Lafanu viene espulsa dal collegio di Coberlin alla quale l’aveva iscritta Betsebea. L’unica alternativa per continuare la sua istruzione è recarsi da un’istitutrice.

Ma Lizzie Manson, non sarà solo un’istitutrice per Lafanu. Sarà la donna che le insegnerà le tecniche pittoriche e che le fornirà l’inestimabile possibilità di diventare una pittrice e di vivere a Roma.

Così un giorno Lafanu sale su una nave, una nave che percorre a ritroso il percorso dei suoi antenati africani e schiavi che venivano portati in America. E arriva in Europa.

Dall’Inghilterra all’Italia, Lafanu traccerà non solo uno spostamento fisico ma soprattutto un percorso personale che la porterà, alla fine, ad avere una specie di libertà, così come viene chiamata.

 

fontana dei mori marino igiaba scego
La fontana dei mori, Marino (Roma)

 

“‘L’hanno ridotta a brandelli.'[…] ‘E il cugino Omar Geele l’ha chiusa in una stanza al buio. Sai, non è più sana di mente. È come impazzita. Si toglie i vestiti. Urla oscenità. Ha detto cose irripetibili contro Dio. Ce l’hanno restituita matta, questi maledetti trafficanti. Non abbiamo indagato a fondo, ma temiamo perché. E giustamente il cugino Omar non vuol far sapere la nostra vergogna in giro.'”

Da controcanto ai capitoli in cui Lafanu Brown racconta la sua storia lo fanno dei capitoli ambientati ai nostri giorni che raccontano invece la storia di Leila, una curatrice d’arte che porta avanti una ricerca sulla pittrice ottocentesca Lafanu Brown e, indirettamente, di sua cugina Binti, somala, che parte alla volta dell’Europa ma non ci arriva mai.

Il viaggio della piccola Binti viene rotto dalla violenza dei trafficanti. Non si sa cosa le abbiano fatto, si sa solo che Binti torna matta. Si sa solo che adesso, per la famiglia, è necessario nascondere la vergogna.

Anche questa volta, così come è stato per Lafanu, una violenza subita è una macchia, è una colpa. E la colpa di Binti, se ci pensiamo, non è molto diversa da quella di Lafanu.





C’è un concetto che, nel libro, ritorna, quello di passaporto forte e passaporto debole e il mondo è diviso fra chi ha il primo e chi il secondo. Quelli col passaporto forte possono andare ovunque, possono decidere di condurre le proprie vite ovunque, di tentare qualsiasi sorte, di provare a diventare più ricchi, più felici, più soddisfatti in un posto diverso da quello in cui sono nati.

E poi ci sono quelli col passaporto debole. Loro rimangono incatenati al posto in cui sono nati e non possono andarsene anche se quel posto non può renderli né ricchi, né felici, né soddisfatti. Loro non hanno accesso al benessere, anche se quel benessere è stato costruito anche sulla loro pelle.

 

Mi dispiace aver dato a mamma questo dolore. Ma sai già come sarebbe finita. Mi avrebbero fatta sposare a un vecchio, di quelli della diaspora, che vengono qui a prendersi noi ragazze e ci incatenano alla loro vecchiaia. E nemmeno vivono con noi. Io ho delle amiche sposate con questi vecchi che sono disperate. Ci scopano, ci ingravidano e poi se ne vanno dalle loro prime mogli che se ne stanno belle e beate nei paesi del Nord, quelle a cui comprano il profumo, il dirac elegante, le scarpe con il tacco. Se ne tornano nella loro Svezia, Norvegia, Finlandia, Inghilterra con i loro comfort e i loro passaporti forti. E noi rimaniamo qui con dei marmocchi moccolosi e un passaporto che non ci serve a niente perché è carta igienica. Non volevo questa vita. Ora sono oltre confine. Basta spari, basta attacchi terroristici, basta con la paura di essere unita a un vecchio bavoso. Ora sono all’inizio del mio viaggio.” (Binti)

 

Da gennaio e per alcune settimane amaranthinemess.it ospiterà una rassegna di letteratura italiana in cui si parlerà di fascismo, antifascismo e Resistenza.
Per leggere i post della rassegna di letteratura italiana, clicca sul banner qui sotto:

giorno della memoria rassegna di letteratura italiana

 

Come sapete bene – perché ve lo ripeto spesso, soprattutto su Instagram – non mi interessa dirvi se un libro mi è piaciuto e perché, quindi conserverò tutte le mie lodi a questo libro per un momento ciarliero in cui le opinioni personali non saranno inopportune.

Qui, voglio parlare di letteratura. Qui voglio chiedere a me stessa e a voi cosa dice di noi umanità questo libro, cosa ci rivela della nostra storia e della nostra natura.

Secondo me ci racconta una storia molto bella e molto dolorosa, una storia fatta di tante piccole battaglie per la libertà, alcune vinte, alcune perdute. Ci sono le donne, gli schiavi, ci sono gli italiani meridionali, i poveri che si arruolano solo per guadagnare qualcosa, ci sono gli ignoranti, tenuti all’oscuro di tutto da un potere che li vuole ottusi, ci sono le cosiddette minoranze etniche, limitate, rinchiuse dall’uomo bianco, c’è la Fortezza Europa, inespugnabile con tutte le sue regole, i divieti, i suoi prima gli europei, ci sono tutti quelli che vivono dentro e tutti quelli che vivono fuori da quella fortezza, e siamo tutti uguali, non ci distingue nulla, se non la latitudine alla quale il caso ha deciso di farci nascere.

Ma ci dice anche un’altra cosa. Ci dice che forse c’è una breccia nella Fortezza. Ci dice che l’Italia e l’Europa tutta hanno una florida generazione di scrittori, europei, afrodiscendenti, che scrivono e insinuano in noi il dubbio che questo sistema vada davvero bene o che forse, non sia il caso di lottare per cambiarlo.

DISCLAIMER

  • Le immagini presenti in questo post sono scaricate da Google immagini
  • Il libro La linea del colore, di cui parlo in questo post, mi è stato inviato gratuitamente dalla casa editrice Bompiani

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Una risposta a “La linea del colore | Una specie di libertà”

  1. Ciao, grazie mille per questo post, è sempre bello scoprire nuove letture interessanti. Ma grazie soprattutto per la riflessione sugli scrittori afroitaliani: ce ne sono, li abbiamo, e stanno contribuendo a costruire la cultura italiana adesso.

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